domingo, 13 de janeiro de 2013

I PROGRESSI DELL'ECUMENISMO - J. Ratzinger


I PROGRESSI DELL'ECUMENISMO
[Tratto da: Chiesa, Ecumenismo e Politica, Ed. Paoline, 1987, pp. 131-137]
Una lettera alla «Theologische Quartalschrift» di Tubinga
[La «Theologische Quartalschrift» ha pubblicato nel 1986, sotto la direzione del prof. M. Seckler, un quaderno circa lo stato dell'ecumenismo. Io fui gentilmente invitato a parteciparvi. Questa lettera è il mio tentativo di risposta all'invito]



Stimatissimo e caro signor collega Seckler!
Lei mi ha invitato a tracciare per la Theologische Quartalschrift un quadro di ciò che io penso a riguardo dei progressi dell'ecumenismo. Non mi è facile rispondere a una domanda così enorme a causa del tempo purtroppo limitato. Lo farò ma ovviamente in maniera lacunosa e insufficiente. D'altra parte io vedo sempre più chiaramente che abbiamo bisogno di propositi nuovi sul tema delle prospettive ecumeniche e, nonostante tutti i ripensamenti, non vorrei dir di no al Suo invito.

Mi consenta anzitutto un breve sguardo all'indietro lungo la strada percorsa negli ultimi vent'anni. Una localizzazione dell'oggi mi sembra indispensabile per poter vedere il domani. Quando il Concilio Vaticano II gettò basi nuove nella Chiesa cattolica per l'attività ecumenica, c'era già stato un lungo processo di comuni ricerche, che aveva portato alla maturazione di alcune idee che si sono quindi potute rapidamente mettere in pratica. Durante questa fase, in cui tutto d'un tratto si resero possibili novità così importanti e inaspettate, parve fondata la speranza per una fine rapida e completa della divisione. Ma quando ciò che era diventato possibile da dentro venne tradotto in forme ufficiali, dovette necessariamente subentrare una specie di quiete. Per coloro che avevano di persona conosciuto fin dagli inizi il processo ecumenico, o che vi avevano anche collaborato, un simile momento era prevedibile, perché essi sapevano bene dove le soluzioni erano in vista e dove, invece, i confini erano ancora invalicabili. Invece, per coloro che stavano al di fuori, questo momento causò una grande delusione; furono inevitabili le imputazioni di colpa e furono facilmente rivolte alle autorità ecclesiastiche.


Subito dopo l'attenuarsi del primo slancio conciliare, era affiorato il contromodello dell'ecumenismo «di base», il quale mirava a far sorgere l'unità «dal basso» se non era possibile farla discendere dall' alto. In questa concezione è giusto che l' «autorità» nella Chiesa non può realizzare nulla che non sia prima maturato nella vita della Chiesa, quanto a intelligenza ed esperienza di fede. Dove, però, non si faceva riferimento a questa maturazione, ma si andava affermando una divisione della Chiesa in «chiesa di base» e in «chiesa ministeriale», non poteva certo emergere una nuova unità di qualche rilievo. Un ecumenismo di base di questo genere crea alla fine soltanto dei gruppuscoli, i quali dividono le comunità, e tra loro stessi non realizzano un'unità più profonda, nonostante una propaganda comune di ampiezza mondiale. Per un certo lasso di tempo parve che le tradizionali divisioni delle chiese sarebbero state superate mediante una divisione nuova e che si sarebbero in futuro trovati contrapposti, da una parte dei cristiani «impegnati» in senso progressista e, dall'altra, dei cristiani «tradizionalisti», che avrebbero ambedue fatto adepti nelle diverse chiese finora esistenti. In tale ottica nacque allora il proposito di omettere del tutto dall'ecumenismo le «autorità», perché un eventuale accostamento o perfino unione su questo piano non avrebbe che rafforzato l'ala tradizionalista della cristianità e si sarebbe impedita la formazione di un cristianesimo nuovo e progressista.

Simili idee oggi non sono ancora del tutto spente, ma sembra tuttavia che il tempo della fioritura sia ormai alle spalle. Un'esistenza cristiana, che si definisce quanto all'essenza secondo i criteri dell' «engagement», è troppo labile nei suoi confini per poter alla lunga creare unità e generare solidità in una vita cristiana comune. Le persone perseverano nella chiesa non perché vi trovano feste comunitarie e gruppi di azione, bensì perché sperano di trovarvi le risposte a domande vitali indispensabili.Tali risposte non sono state escogitate dai parroci o da altre autorità, ma vengono da un'autorità più grande e sono fedelmente mediate e amministrate, semmai, dai parroci. Gli uomini soffrono anche oggi, forse ancora più di prima; non basta ad essi la risposta che viene dalla testa del parroco o da qualche «gruppo attivistico». La religione penetra oggi come sempre in profondità nella vita degli uomini per attingervi un punto di assoluto e, a tanto, serve solo una risposta che viene dall' assoluto. Là dove i parroci o i vescovi non appaiono più come i mediatori di quanto è assoluto anche per essi, ma hanno solamente da offrire le loro proprie azioni, è allora che diventano una «chiesa ministeriale» e, come tali, superflui.

Voglio dire con tutto ciò che la stabilità del fenomeno religioso viene da zone che non possono essere attinte dall' «ecumene di base» ed inoltre che la ricerca di assoluto segna anche i confini di ogni operazione «autoritativa» nella chiesa. Ciò significa che, portatrici di azioni ecumeniche, non possono venir considerate né una «base» isolata, né un' «autorità» isolata; un'azione ecumenica reale presuppone l'intima unità tra l'azione delle autorità e l'autentica vita di fede della Chiesa.

Qui io vedo uno degli errori fondamentali del progetto Fries-Rahner. Rahner pensa che i cattolici seguiranno senz'altro l'autorità; è un presupposto della tradizione e della struttura del cattolicesimo. Di fatto le cose non sono essenzialmente diverse tra i protestanti; se l'autorità decide l'unità e si impegna a sufficienza per essa, non verrà a mancare neppure qui l'obbedienza docile delle comunità. Per me questa è una forma di ecumenismo d'autorità, che non corrisponde né alla concezione cattolica né a quella evangelica di Chiesa.

Una unità operata da uomini non potrà essere logicamente che un affareiuris humani. Non attingerebbe per principio l'unità teologica intesa da Gv 17 e non potrà essere di conseguenza neppure una testimonianza del mistero di Gesù Cristo, ma parlerà unicamente a favore dell' abilità diplomatica e della capacità compromissoria dei responsabili della trattativa. E già qualcosa, ma non tocca il piano veramente religioso, di cui si tratta appunto in fatto di ecumenismo. Anche le dichiarazioni teologiche di consenso rimangono di necessità sul piano dell'intelligenza umana (scientifica), la quale è in grado di approntare certe condizioni essenziali per l'atto di fede, ma non concerne l'atto di fede in quanto tale. Nella prospettiva dell'avvenire mi sembra quindi importante riconoscere i limiti dell' «ecumene contrattuale» e non aspettarsi da essa più di ciò che può dare: avvicinamento su importanti aspetti umani, ma non l'unità stessa. A me sembra che si sarebbero potute evitare certe delusioni, se tutto ciò si fosse tenuto chiaramente presente fin dal principio. Così invece molti, dopo i successi dei primi anni postconciliari, hanno concepito 
l'ecumenismo come un compito diplomatico secondo categorie politiche. Come da buoni intermediari ci si aspetta che appunto si addivenga dopo un certo tempo a un accordo per tutti accettabile, così si è potuto credere di attendersi tutto ciò dall'autorità ecclesiastica in questioni di ecumenismo. Ma in tal modo si domandava troppo a una simile autorità. Ciò che essa ha potuto fare dopo il Concilio si fondava su un processo di maturazione che non era stato da essa compiuto, ma aveva solo bisogno di essere tradotto nell' ordinamento esterno della chiesa.

Ma, stando così le cose, che cosa dobbiamo fare? In vista di una risposta mi è assai di aiuto la formula che Oscar Cullmann ha coniato per tutta la discussione: unità attraverso pluralità, attraverso diversità. Certamente la spaccatura è dal male, specie quando porta all'inimicizia e all'impoverimento della testimonianza cristiana. Ma se a questa spaccatura viene a poco a poco sottratto il veleno dell'ostilità e se, nell'accoglimento reciproco della diversità, non c'è più riduzionismo, bensì ricchezza nuova di ascolto e di comprensione, allora la spaccatura può diventare nel trapasso una felix culpa, anche prima che sia del tutto guarita.


Caro signor collega Seckler, verso la fine degli anni da me trascorsi a Tubinga, Lei mi diede da leggere un lavoro compiuto sotto la sua guida, lavoro che esponeva l'interpretazione agostiniana della misteriosa sentenza di Paolo: «E' necessario che avvengano divisioni tra voi» (1Cor 11,19). Il problema esegetico dell'interpretazione di 1Cor 11,19 non è in discussione qui; a me sembra che i padri non avevano gran torto a trovare in questa annotazione localizzata un'affermazione aperta sull'universale, ed anche H. Schlier pensa che si tratti per Paolo di un principio escatologico-dogmatico (Th WNT, I, 182). Se è legittimo pensare in questa direzione, assume un peso speciale l'affermazione esegetica secondo cui il [...] biblico rinvia sempre in qualche modo a un agire di Dio, cioè a una necessità escatologica (così per es. Grundmann, Th WNT, II, 22-25). Ma allora ciò significa che, se le divisioni sono anzitutto opera umana e colpa umana, esiste tuttavia in esse anche una dimensione che corrisponde a disposizioni divine. Perciò noi le possiamo trasformare solo fino a un certo punto con la penitenza e la conversione; ma quando le cose sono arrivate al punto che noi non abbiamo più bisogno di questa rottura e che il [...] viene a cadere, questo lo decide tutto da sé il Dio che giudica e perdona.

Sulla strada mostrata da Cullmann noi dovremmo per prima cosa cercare di trovare unità attraverso diversità, cioè a dire: assumere nella divisione ciò che è fecondo, disintossicare la divisione stessa e ricevere proprio dalla diversità quanto è positivo; naturalmente nella speranza che alla fine la rottura smetta radicalmente d'essere rottura e sia invece solo una «polarità» senza contraddizione. Ma quando ci si protende troppo direttamente verso quest'ultimo stadio con la fretta superficiale del voler fare tutto da sé, si approfondisce la separazione invece di sanarla. Mi permetta di dire il mio pensiero con un esempio molto pratico. Non è stato forse in tanti modi un bene per la Chiesa cattolica in Germania e altrove il fatto che sia esistito accanto alla Chiesa il protestantesimo con la sua liberalità e la sua devozione religiosa, con le sue lacerazioni e la sua elevata pretesa spirituale? Certo, ai tempi delle lotte per la fede, la spaccatura è stata quasi soltanto contrapposizione; ma poi sono cresciuti sempre di più elementi positivi per la fede in entrambe le parti, un positivo che ci permette di comprendere qualcosa del misterioso «è necessario» di San Paolo. Giacché, viceversa, ci si potrebbe immaginare un mondo unicamente protestante? O non è forse vero che il protestantesimo in tutte le sue affermazioni, e proprio come protesta, è del tutto riferito al cattolicesimo, al punto che senza di questo sarebbe quasi impensabile?

Scaturisce di qui un duplice movimento per l'azione ecumenica. Una linea dovrà essere quella di una ricerca per trovare tutta l'unità; per escogitare modelli di unità; per illuminare opposizioni in ordine all'unità. Non solo nelle discussioni dotte, ma soprattutto nella preghiera e nella penitenza. Ma accanto a tutto ciò dovrebbe sorgere un secondo spazio operativo, il quale presuppone che noi non sappiamo l'ora e non la possiamo sapere, l'ora quando e come l'unità si realizza. A tanto vale davvero e in tutta serietà il detto di Melantone: «ubi et quando visum est Deo».
In ogni caso dovrebbe risultare chiaro che l'unità non la facciamo noi (come non facciamo noi la giustizia con le nostre opere) e che inoltre non possiamo tuttavia rimanere con le mani in mano. Ciò che qui importa è di accogliere sempre daccapo l'altro in quanto altro nel rispetto della sua alterità. Possiamo essere uniti anche come divisi.

Questa specie di unità, per la cui crescita continua possiamo e dobbiamo impegnarci, senza collocarla sotto la pressione troppo umana del successo e della «meta finale», conosce molte e varie strade ed esige molti e vari impegni. Anzitutto è importante trovare, conoscere e riconoscere le unità che già ci sono e che non sono davvero piccola cosa. Il fatto che leggiamo insieme la Bibbia come parola di Dio; che ci è comune la professione di fede, formatasi negli antichi concilii in base alla lettura della Bibbia, in Dio uno e trino, in Gesù Cristo vero Dio e uomo, del battesimo e della remissione dei peccati, e che ci è quindi comune l'immagine fondamentale di Dio e dell'uomo: tutto ciò dev'essere sempre nuovamente attualizzato, pubblicamente testimoniato ed approfondito nella pratica. Ma comune a noi è pure la forma fondamentale della preghiera cristiana ed unico tra noi pure l'essenziale comandamento etico del decalogo, interpretato nella luce del Nuovo Testamento. All'unità di fondo della confessione di fede dovrebbe corrispondere una unità di fondo operativa. Si tratta dunque di rendere effettiva l'unità che già sussiste, di concretizzarla e di ampliarla. Appartengono a questa istanza naturalmente forme molteplici di incontro a tutti i livelli (autorità, teologi, credenti) e forme di attività comune; tutto ciò dev'essere attuato in esperienze concrete e ulteriormente sviluppato, a quel modo che già avviene in notevole misura, grazie a Dio.

All'«unità attraverso diversità» potrebbero e dovrebbero aggiungersi certamente azioni di carattere simbolico, per tenerla costantemente presente nella coscienza delle comunità. Il suggerimento di O. Cullmann quanto alle collette ecumeniche meriterebbe d'essere richiamato alla memoria. L'uso del pane dell'eulogia presente nella Chiesa d'oriente potrebbe essere utile anche per l'occidente. Dove la comunità eucaristica non è possibile, questo pane è un modo reale e corporeo di essere accanto nell'alterità e di «comunicare»; di portare la spina dell'alterità e al tempo stesso cambiare la divisione in una preghiera reciproca.
Appartiene a quest' «unità attraverso diversità» anche la volontà di non voler imporre all'altro ciò che (ancora) lo minaccia nel centro della sua identità cristiana. I cattolici non dovrebbero cercare di spingere i protestanti al riconoscimento del papato e della loro comprensione della successione apostolica; l'inserimento della parola nello spazio del sacramento, e nell'ordine giuridico definito dal sacramento, appare evidentemente ai protestanti un attentato alla libertà e alla non manipolabilità della parola, e noi questo dovremmo rispettarlo. Viceversa, i protestanti dovrebbero evitare di spingere la chiesa cattolica all'intercomunione a partire dalla loro idea della Cena" dal momento che per noi il doppio mistero del Corpo di Cristo - Corpo di Cristo come Chiesa e Corpo di Cristo come specie sacramentale - sono di un unico sacramento, e togliere la corporeità del sacramento dalla corporeità della Chiesa significa a un tempo distruzione della chiesa e del sacramento. Questo rispetto per ciò che rappresenta per le due parti la necessità della divisione, non allontana l'unità; è un presupposto fondamentale per essa. Da questa rispettosa remora interiore, davanti al «necessario» che non è stato inventato da noi, maturerà molto più amore e anche molta più vicinanza che non da una forma di sollecitazione violenta, che crea ripulsa e alla fine rifiuto. E questo rispetto non solo non impedirà, di conseguenza, la ricerca di una comprensione maggiore in questi spazi centrali del problema, ma avrà per suo frutto una maturazione tranquilla e una gratitudine gioiosa per tanta vicinanza, nonostante il misterioso «necessario».
Immaginiamo che i concetti appena accennati non piaceranno a molti. Credo che una considerazione dovrebbe in ogni caso essere evitata: che tutte queste non siano che delle idee stagnanti e rassegnate, o addirittura un rifiuto dell'ecumenismo. E' molto semplicemente il tentativo di lasciare a Dio quello che è affare unicamente suo, e di esplorare poi, in tutta serietà, che cosa è nostro compito. A questa sfera dei nostri compiti appartiene agire e soffrire, attività e pazienza. Se si cancella una delle due cose, si guasta l'insieme. Se noi ci impegniamo su ciò che spetta a noi, allora l'ecumenismo sarà anche in futuro, e più ancora di prima, un compito altamente vivace e ardimentoso. Io sono convinto che noi - liberati dalla pressione del successo delle nostre energie autonome e dalle sue date segrete e palesi - arriveremo più in fretta e più in profondità allo scopo che se cominciamo a trasformare la teologia in diplomazia e la fede in «engagement».
Caro signor Seckler, io spero che queste righe possano rendere un po' più chiare le mie idee ecumeniche. Sono, con i miei più cordiali saluti, il Suo
+ JOSEPH CARD. RATZINGER
http://www.ratzinger.us/modules.php?name=News&file=article&sid=216

Marcos Libório (Montfort) e os três princípios protestantes.

Este é o artigo/resposta  publicado no site da Montfort que provocou o rompimento da minha relação com o professor Orlando Fedeli. Eu discordei da análise feita, o professor Orlando concordou e ratificou o que Libório escreveu.

SÓ A FÉ - SÓ A GRAÇA - SÓ A ESCRITURA -
TAIS PRINCÍPIOS SÃO VÁLIDOS?

Autor:Marcos Libório
Fonte: www.montfort.org.brPERGUNTA

PERGUNTA
Nome: Fábio Tomaz
Enviada em: 22/11/2006
Local: São Gonçalo - RJ, Brasil
Religião:Católica
Escolaridade: Superior incompleto

"Prezado Professor Orlando Fedeli (ou algum outro também abençoado irmão da Associação
Monfort que virá a responder minha missiva), a paz esteja com vocês!
Andei nos últimos dias pensando sobre os problemas com o Protestantismo. Cheguei à conclusão
de que o "calcanhar de Aquiles" do protestantismo é justamente os dois postulados (heréticos) que
conhecemos: A Sola Scriptura e a Sola Fide.
Cheguei à conclusão de que a Sola Scriptura já cai por terra por que ela é em sua essência um
problema, pois recorre a uma petição de princípio medonha para se manter (a validação da
afirmação de que a bíblia é a unica fonte de fé e unica autoridade para o cristão, partindo da
própria bíblia). E quanto à Sola Fide, é resultado de uma interpretação "muito da malfeita" da carta
de São Paulo aos Romanos, na qual Lutero comete um erro tolo de confundir as "obras da lei",
aquelas inúmeras regras judaicas, com as boas obras que a Bíblia, a Tradição Oral e o Magistério
dizem ser junto com a fé necessárias para a salvação.
Eu gostaria de saber se há algo a mais que eu possa adicionar à essas idéias, ou seja, se há mais
erros na Sola Scriptura e na Sola Fide além desses que eu já mencionei.
Eu também pretendo iniciar um estudo sobre a História da Bíblia. Se o senhor puder me dizer
algumas informações sobre o concílio farisaico de Jâmnia, a formação do Cânon bíblico e a ação
da Igreja nesta formação, o uso da Septuaginta por parte dos apóstolos e primeiros bispos após
eles, eu lhes agradeceria muito. Se o senhor souber também de uma bibliografia que eu possa
adquirir para estudar sobre esses temas, eu muito lhe agradeceria também.13/01/13 Doutrina Católica
www.doutrinacatolica.com/modules/news/print.php?story id=344 2/6
Sem mais para o momento, agradeço de coração desde já a ajuda.
Fiquem com Deus e com o amor de nossa mãe, Maria Santíssima!"

RESPOSTA
Nome: Marcos Libório

"Prezado Fábio,
Salve Maria,
Agradecemos antes de tudo sua confiança em nosso pequeno trabalho.
Você nos pede mais informações sobre os princípios protestantes sola fide e sola scriptura,
apresentando já duas boas refutações a esses princípios contraditórios.
A esses dois princípios é preciso acrescentar ainda um terceiro: o sola gratia. Esses três seriam o
desdobramento do que os protestantes chamam de somente Cristo.
Os protestantes, encabeçados por seu fundador Lutero, dizem que com isso agradam a Deus.
Vejamos se é assim.
***
Ora, sabemos pela Escritura que há somente duas religiões na história: a religião verdadeira,
composta por aqueles que são da raça da mulher, e a anti-religião, que é constituída pela raça da
serpente. (Gn, 3,15)
Também Santo Agostinho nos fala em duas religiões, quando define as suas famosas duas cidades:
"Dois amores deram origem a duas cidades: o amor de Deus levado ao desprezo de si mesmo deu
origem à cidade de Deus; e o amor de si mesmo levado ao desprezo de Deus, deu origem à cidade
do homem."
E Santo Inácio usa as duas bandeiras como metáfora da luta contínua entre essas duas religiões na
história.
Assim, vemos que apesar da enormidade de seitas conhecidas hoje, só há duas religiões no mundo,
a primeira delas a religião verdadeira, a religião Católica, divinamente revelada e única guardiã da
verdade divina revelada. E a outra, composta por essa infinidade de seitas, que é a anti-religião, a
religião do demônio, a sinagoga de satanás.
Essa anti-religião é a Gnose, que através de suas seitas, velada ou abertamente, tenta em vão
destruir e substituir a verdadeira Igreja de Cristo.
Para a Gnose, em termos bem simples, o mundo é mau pois foi criado pelo deus do mal, o
demiurgo.
O demiurgo criou o mundo como prisão para o verdadeiro deus, que seria formado por inúmeras
partículas divinas, as quais estariam presas na matéria, e que passariam pela evolução, do mineral13/01/13 Doutrina Católica
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ao vegetal, depois ao animal e então ao homem, onde então adquiririam consciência de seu estado.
A finalidade da Gnose (=conhecimento) seria, pois, libertar as partículas divinas aprisionadas no
mundo, formando novamente A Divindade, ccom a união das partículas libertas de todas as
criaturas.
E como libertar as partículas? Combatendo as prisões que o demiurgo criou, quais sejam a matéria,
a inteligência e a moral.
A Gnose pretende dar ao homem o conhecimento salvífico, que é a compreensão de que o homem
é deus, e de que deve libertar-se dessas três prisões que impedem sua parcela de divindade de
retornar ao todo divino.
Quando o homem se liberta dessas prisões, ele se redime.
***
O protestantismo é uma das seitas - que se multiplicou em milhares de outras seitas - da falsa
religião, da raça da serpente.
Por que dizemos isso?
Primeiro, porque o protestantismo é contra a Igreja Católica, e não estando com Cristo, está
necessariamente contra Cristo.
Mas, também porque sua doutrina segue exatamente o esquema da Gnose.
Note que o sola scriptura é contra a Escritura, pois impinge ao livro sagrado um poder mágico de
auto-interpretação que ele não possui.
Quando os protestantes pretendem exaltar a Bíblia, na verdade a destroem. Lutero mesmo, na
gênese desse movimento sectário, retirou vários livros da Bíblia (não materialmente, mas os
desqualificando - Tiago como sendo uma epístola de palha, Apocalipse como sendo nem
evangélico nem profético), mostrando que a Bíblia era escrava da vontade dos reformadores.
Ao desprezar tudo o que Lutero considerava humano em relação à revelação, como os livros
deuterocanônicos e a tradição, bem como os concílios e a hierarquia, de fato Lutero se opunha a
tudo o que era material, à criação.
Para Lutero, esses livros retirados da Bíblia não produziam a experiência que despertaria no fiel a
noção de salvação, e por isso não poderiam ser inspirados.
Tais livros não traduziam de fato o kerigma, que é - mais importante que as verdades reveladas - o
anúncio salvífico.
Ao propor o sola scriptura, Lutero queria a libertação da matéria, para ouvir somente a voz
(divina) que falaria ao interior do homem.13/01/13 Doutrina Católica
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É a libertação da primeira prisão da partícula divina, como na Gnose.
O sola fide é qualquer coisa, menos fé verdadeira. Pois para o protestante o que vale é a
experiência com Cristo, e não a aceitação das verdades reveladas por DDeus.
Geralmente se considera que o sola fide se opõe apenas às boas obras. Porém, se nos detivermos
um pouco mais nesse princípio, veremos que ele se opõe à participação da inteligência na obra da
regeneração, pois a fé protestante não pode passar pela razão, mas provém unicamente da emoção
e da experiência vivencial.
A inteligência - desprezada e odiada por Lutero - impede que o homem chegue ao verdadeiro
conhecimento de Deus, que segundo Lutero se dá através da experiência catalisada pela leitura da
Bíblia.
A fé protestante é confiança: confiança de que está salvo, confiança de que realmente Cristo
revelou o Deus inerente ao homem.
Ao desprezar a inteligência e confiar (= fé) somente na experiência religiosa, o fiel protestante
estaria eliminando a segunda prisão do demiurgo.
***
O sola gratia vai contra a verdadeira graça santificante.
Esse princípio atesta que o fiel justificado está livre de pecado, não porque não os possua mais ou
não possa cometê-los, mas porque os têm encobertos pela graça de Cristo.
Assim, o justificado tem graça e pecado ao mesmo tempo - simul iustus et peccator.
Com isso, dá-se ao fiel a ilusão de impecabilidade, e mesmo a permissão de pecar com a garantia
do perdão antecipado - é o pecca fortiter.
Com isso, Lutero habilmente conseguiu impugnar os dez mandamentos, ao dizer que o homem é
incapaz de praticá-los e, portanto, não pode ser culpado por cometê-los.
Ora, a graça é propriamente a participação na vida divina, pois a Santíssima Trindade de fato
habita na alma justificada pelos méritos de Cristo.
Como poderia habitar Deus e pecado na mesma alma?
É impossível, e uma ofensa à graça divina. Por isso o pecado mortal é a expulsão de Deus da alma,
cuja presença se adquire com o batismo e se recupera com a confissão.
Note, portanto, que o sola gratia é a libertação da terceira prisão do demiurgo - a moral.13/01/13 Doutrina Católica
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***
E o fiel liberto das três prisões, através dos três solæ - sola gratia, sola fide, sola scriptura - o que é
se torna?
Torna-se um cristão - no conceito de Lutero - livre para fazer o que bem entender, incluindo o
livre-exame da Bíblia; não constrangido por nenhum mandamento, pois estaria salvo, certo de sua
salvação pela confiança (fé) na remissão de Cristo. Daí Lutero expor essa visão no famoso: "A
liberdade do cristão" de 1520.
E o cristão luterano passa a fazer parte do número dos eleitos, não por que tivesse mudado de
vida, passado de pecador a justo, pois para Lutero o homem é predestinado para o céu ou para o
inferno e nada pode fazer para mudar a sua condição.
Na verdade, o cristão é justificado porque Deus já o predestinara à salvação. E como o cristão
sabe que está salvo? Através da riqueza material e do sucesso, que são os sinais de sua amizade
com Deus.
A busca da glória e da riqueza terrenas passa a ser a vocação - beruf, como explica MaxWeber -
o objetivo do protestante justificado, do cristão luterano. Começando pelos príncipes alemães que
roubaram as terras da Igreja, tornando-se tiranos civis e religiosos.
O cristão luterano é de fato uma caricatura do santo, que adquire sua liberdade não pela imitação
de Cristo e desprezo do mundo, mas pela libertação das prisões do demiurgo, como num rito
iniciático.
É uma espécie de consolamentum auto-impingido, mas sem a ascese dos cátaros, que é substituída
pela fé-confiança que liberta sem esforço (essa é a novidade de Lutero em relação às outras seitas
gnósticas que tentaram se passar por cristianismo: a substituição das obras pela fé como elemento
de salvação antecipada).
Portanto, os três princípios luteranos que norteiam os protestantismos são a versão cristianizada da
libertação das três prisões da Gnose, que ensinam como o homem deve libertar a divindade cativa
dentro dele.
Lutero cristianizou a Gnose.
Daíseu sucesso, daíseu apoio esmagador.
Pois os inimigos de Deus são muitos...
É claro também que os três "solæ" - quando praticados conscientemente - levam a um pecado
contra o Espírito Santo, que se chama presunção de salvação.
E só por isso já seriam censuráveis, pois ofendem a Deus de um modo irreversível.
Por isso, "Deus não está na sua Igreja", dizia são Francisco de Sales aos hereges suíços...13/01/13 Doutrina Católica
www.doutrinacatolica.com/modules/news/print.php?story id=344 6/6
Em relação a sua última pergunta:
>>Eu também pretendo iniciar um estudo sobre a História a da Bíblia. Se o senhor puder me dizer
algumas informações sobre o concílio farisaico de Jâmnia, a formação do Cânon bíblico e a ação
da Igreja nesta formação, o uso da Septuaginta por parte dos apóstolos e primeiros bispos após
eles, eu lhes agradeceria muito.
Se o senhor souber também de uma bibliografia que eu possa adquirir para estudar sobre esses
temas, eu muito lhe agradeceria também.
Há alguns artigos no site que tratam desse tema, peço que os consulte.
Convém consultar também as obras do jesuíta Jose O´Callaghan, grande autoridade no assunto,
tendo vários livros publicados.
In Jesu et Maria
Marcos Liborio"

Endereço desta notícia:

http://www.doutrinacatolica.com/modules/news/print.php?storyid=344

sexta-feira, 11 de janeiro de 2013

Orlando Fedeli e eu


       Quando, no final de 2004/início de 2005, a empulhação marxista começou a ficar nítida e a transcendência voltava a fazer sentido, eu fui atrás de qualquer informação que me apontasse para Deus. Eu estava tateando à procura do caminho de volta para a Casa do Pai.
      
     Eu não erraria se dissesse que eu encontrei o caminho, no dia 2 de abril de 2005, ainda que não me desse conta inteiramente do que estava acontecendo comigo. Quando eu ouvi o anúncio da morte do Papa João Paulo II, naquele 2 de abril, eu disse, chorando, ao meu marido:"Este homem está há 25 anos tomando conta de nós".

     Dizem que as coisas não acontecem assim (acontecem assim, sim) mas naquele dia 
algo profundo aconteceu. Foi, ali, o "instante" da conversão. Hoje, eu costumo dizer que eu sou o último milagre de João Paulo II, eu tenho certeza de que ele rezou por mim. 
      
      Um mês depois da morte do papa, em maio, numa destas buscas pela internet, acabei caindo no site da Montfort, do professor Orlando Fedeli. Gostei. Era uma coisa totalmente oposta à igreja modernosa e horrorosa dos padres-vedetes e das missas cheias de graça. Entrei e fui devorando o que encontrava. Li tudo.

      Em outubro de 2005, já radicalmente de volta à fé da Igreja, reconciliada com Deus e santificada pelos sacramentos da confissão e Eucaristia, eu resolvi escrever um relato da minha conversão, a que dei o título "A Volta para Casa" * e, como não tinha nem blog para publicar, resolvi mandar para o site da Montfort. Não cogitei que fosse ser publicado.   

      Para minha surpresa, o próprio professor Orlando ligou para a minha casa, chorando, comovido com o meu relato, querendo minha permissão para publicar a carta. Eu mal acreditei. Fiquei lisonjeada.

      Começamos a trocar emails e, em fevereiro de 2006, ele veio até a minha casa com a sua esposa, Ivone, para que nos conhecéssemos. Ivone é uma mulher admirável, estudiosa, muito culta, preparada, e que tratava o professor com doçura, respeito e firmeza. Nos tornamos grandes amigos. 

      Como meus filhos não eram batizados, ele se ofereceu para ensinar-lhes o catecismo e, durante seis meses, ele veio toda quarta-feira à tarde para as aulas de religião. E conversávamos muito, eu o  ouvia falar com prazer. Aprendi muito com o professor. 
   
      O professor sabia tudo da história da Igreja e da doutrina católica. Ele tinha um memória prodigiosa e era uma das pessoas mais divertidas com quem se podia conviver. E se doava com uma generosidade rara.
      
      Em maio daquele ano, eu completaria 25 anos de casamento e decidi me casar no religioso, eu era casada apenas no civil. Foi uma cerimônia singela, mas comovente. Convidei o professor Fedeli e Ivone para serem meus padrinhos. O coral de música sacra da Associação Montfort cantou na cerimônia, foi muito bonito. Entrei na igreja com meu filho, ao som de "Jesus, alegria dos homens".

      A minha convivência com os Fedeli e o pessoal da Montfort   era cordial e prazeirosa, eu ia aos domingos assistir à missa em latim,  na paróquia São Carlos Borromeu, na Moóca (onde o professor morava) e participava dos excelentes cursos e palestras  promovidos pela Montfort, sempre ligados ao cristianismo,  Igreja, cultura do período conhecido como 'cristandade, arte sacra,  Idade Média, doutrina católica. 

      Depois dos cursos, os alunos e participantes costumavam se reunir em animados e divertidos almoços em trattorias paulistanas. Era um ambiente e clima muito acolhedores, de conversa elevada, pessoas educadas e elegantes. Eu adorava.
          

      Eu era tratada com muita deferência, tanto pelo próprio Orlando Fedeli quanto pelo pessoal que fazia parte, vamos dizer assim, de seu apostolado, o pessoal da Associação Montfort. Todos demonstravam sinceramente admiração pela forma honesta com que eu relatei a minha conversão, pela minha adesão ao grupo, sem arrogância elitista ou pedantismo intelectual e, não raro, ouvi confissões, verdadeiras, de pessoas que disseram-me ter se convertido depois de ler meu testemunho no site da Montfort. Todo mundo conhecia e se referia à "jornalista que escreveu A Volta para Casa"

      Mas, a certa altura, sem que eu pudesse imaginar, as coisas sairam do eixo e o rompimento - inevitável - aconteceu. É que, apesar de tratar o professor Fedeli com absoluta reverência e respeito, eu comecei a fazer questionamentos sobre certos 'dogmas' fedelianos. A sua obsessão pela gnose o fazia ver heresias gnósticas em toda a parte, em qualquer coisa. Eu não sabia quase nada, mas sempre queria saber 'por que', 'como', o quê... 


     Nunca houve, contudo, qualquer desentendimento sério ou conversa ríspida entre nós. Até que, certo dia, ele me telefonou, dizendo que nós precisávamos conversar sobre um email que eu lhe enviara. Nele, eu me referia a um texto do então cardeal Joseph Ratzinger sobre protestantismo, que a mim parecia uma análise mais correta do que a de um aluno seu, que escrevera um artigo sobre Lutero no site da Montfort. No email, eu dizia:

     
     "Professor Orlando, lendo a análise de Marcos Libório sobre "Os três princípios protestantes", lembrei-me de um texto escrito pelo cardeal Ratzinger, em 1986 - http://www.ratzinger.it/modules.php?name=News&file=article&sid=216 - em que ele fala do protestantismo numa perspectiva diametralmente oposta à do texto publicado no site da Montfort. 

    "Para Ratzinger, o protestantismo é cristianismo e é a partir do que ele tem em comum com o catolicismo - e tem muito - que deve se dar o diálogo com vista à unidade dos cristãos. Quando li este texto, achei-o muito rico e pensei mostrá-lo e discutí-lo com o senhor. Por qualquer motivo, acabei esquecendo."
     
     "Este tipo de análise feita por Marcos Libório não faz muito sentido para mim. Dizer que todos os protestantes do mundo são, velada ou abertamente, adoradores do demônio e que servem à Satanás é evidentemente um absurdo. É uma idéia que, na minha opinião, não se sustenta nem teológica nem doutrinariamente." 

    "Pode existir - e existem - adoradores do diabo em todo lugar; agora, dizer que a doutrina protestante é pura gnose - aquela mesma, explicada em termos bem simples - é uma  simplificação. Com o tipo de argumentação e raciocínio utilizados, Libório prova  que até rótulo de xampu é gnóstico."

     "Non sono intenditore, o que li sobre doutrina católica e o protestantismo não me habilita a desafios intelectuais maiores. Mas, pelo pouco que compreendi, fico com a análise apresentada pelo cardeal Ratzinger. O que o senhor acha?"


             Na verdade, o professor Orlando Fedeli não queria conversar, ele queria que eu aceitasse, sem discutir, o seu ponto de vista, o mesmo defendido por Marcos Libório no artigo: os protestantes são todos hereges satânicos a caminho do inferno. 

     Quanto à posição de Raztinger centrada na crença em Cristo como plataforma comum inicial para o diálogo com os protestantes, o professor Fedeli insistiu que Joseph Ratzinger tinha mudado de opinião e não pensava mais como no artigo por mim citado (I progressi dell'ecumenismo/86). 

     O professor Orlando sabia que isto não era verdade. Eu lhe recordei que o Papa Ratzinger tinha reafirmado, palavra por palavra, o artigo de 86, num encontro com protestantes na Alemanha, durante a XX Jornada Mundial da Juventude, em 2005. Nem assim, ele admitiu seu equívoco. 

     Quanto aos comentários à enciclica Gaudium et Spes, que Ratzinger qualificou como 'uma espécie de Antisyllabus', observei que eles eram de 85, portanto, anteriores ao artigo citado. (Fedeli tinha feito referência a isto na conversa)

     Como o professor Fedeli tinha uma memória prodigiosa para fatos e datas, cometer aqueles 'erros' eram, na verdade, um 'excesso de zelo' pelo que o professor Orlando considerava a verdadeira ortodoxia católica.  Ele como que ficou cego de amor a Deus

     A conversa desandou quando eu lhe perguntei: "Onde é que o senhor acha que Buda está?" Ele disse " Isto eu não vou lhe responder". E encerrou a conversa dizendo que, se eu não aceitava o que ele tinha me ensinado, deveríamos parar por ali. Respondi: "Reze por mim". Foi a última vez que conversamos.
   
     Eu fiquei muito triste com o afastamento, foi abrupto, rápido, sem motivo. Hoje, eu vejo que eu não cabia no seu grupo, eu não poderia fazer parte de seu apostolado. As pessoas à sua volta não ousavam fazer qualquer questionamento, objeção ou pergunta incômoda. Era uma reverência submissa. 

     Não que ele estivesse cercado de gente ignorante, seus alunos eram gente simpática, educada, afetuosos. Todos estudavam muito, liam, eram cultos. Mas, em alguns meses de convivência com o pessoal da Montfort, não vi ninguém questionar ou debater criticamente as idéias do professor. Melhor: ninguém questionava a Idéia, a sua teoria sobre a gnose, assunto de sua polêmica-batalha com Olavo de Carvalho.

     Eu sempre tive uma atitude de absoluto respeito pelo professor Orlando Fedeli. Sempre deixei clara minha gratidão pela paciência e generosidade com que me ensinava e respondia às minhas perguntas e questionamentos. E eram tantos, porque eu era uma analfabeta de Deus. Completamente. 

    Além de seu invejável saber, impressionavam também a sua  fidelidade à Igreja, a devoção à Virgem Maria e a dedicação ao ensinamento da doutrina católica . Ele era uma pessoa boa, amava a Deus e  reconhecia, sem falsificações, que  era pecador e precisava da misericórdia divina.
     Mas, Orlando Fedeli, no fundo, talvez fosse vaidoso. Não é à toa que dizem ser a vaidade o pecado humano preferido do diabo. Com todo o respeito, afeto e gratidão que tenho pelo professor, acho que ele não vivia sem aquele apostolado submisso e reverente à sua volta. 

     Eu penso que, assim como o meu brilho intelectual o atraiu e o lisonjeou, por reconhecê-lo como um homem culto, crítico e erudito, foi também isto que o fez sentir-se de alguma forma desconfortável com a minha presença. Afinal, ele tinha em mim alguém que perguntava demais.

     Ironia: de certa forma, o professor Fedeli contribuiu enormemente para a minha descoberta de Olavo de Carvalho. Na época em que eu achei o site da Montfort e conheci Orlando Fedeli, eu já lia Olavo e me maravilhava. Quando o professor Fedeli me apresentou à sua teoria da gnose, ele também me contou que aquele homem a quem eu atribuía idéias sofisticadas, brilhantes, originais, surpreendentes, chamado Olavo de Carvalho, de quem eu não parava de falar, era gnóstico! 

     Interessante é que eu falava com ele sobre coisas de Olavo de Carvalho, que eu tinha lido e gostado, e ele concordava comigo! Mas - o alerta - Olavo de Carvalho é gnóstico, Olavo de Carvalho é maçom! Era sempre o mesmo bordão.

     Ora, se gnose é coisa do diabo, do diabo é preciso distância. Só que eu lia, lia, lia e não descobria onde diabos estava a gnose de Olavo de Carvalho! O que devia ser isto exatamente? eu me perguntava. 

     Então, resolvi fazer a lição de casa: li inteira a polêmica Orlando Fedeli X Olavo de Carvalho. Para ser sincera, na época fiquei (quase) na mesma, eu estava muito aquém daquela discussão. Eu estava engatinhando no catecismo, não ia arbitrar teologia ou filosofia!

     Só tempos depois, quando acumulei mais leituras sobre o assunto, eu pude situar definitivamente a aplicação do conceito de gnose pelo professor Fedeli. E entender que ele queria dar uma seqüencia histórica às idéias gnósticas, que Olavo de Carvalho afirmava não existir. Eu acho que o enfoque de Orlando Fedeli faz sentido apenas quando se toma a gnose como a 'heresia eterna', termo que li num texto do próprio Cardeal Ratzinger.

     (Ironia
: quando eu estava no 'apostolado' de Orlando Fedeli, mesmo sem saber quase nada, eu inclinava-me à idéia de que ele vencera o debate; quando passei para as hostes olavianas, convenci-me de que, ao contrário, Olavo de Carvalho é que saiu-se vencedor. Só agora, ao me afastar do círculo de alunos de Olavo e em face do volume de informações sobre seu passado de tariqueiro, estou me dando conta de que, pelo menos, parte da verdade pode ter voltado a estar com Orlando Fedeli)

     Eu nunca tive qualquer intenção de desafiar, constranger ou fazer-me de sabichona perante Orlando Fedeli. Eu o respeitava muito e sei que ele gostava sinceramente de mim. Tinha admiração por mim, valorizava o meu interesse genuíno em aprender. 

     Mas eu perguntava demais. Vício de ofício: jornalista não sabe as respostas, sabe as perguntas. Até hoje, penso nele, lembro dele e rezo por ele. Quando o professor Orlando Fedeli morreu em 9 de junho de 2010, eu liguei para Ivone, deixei um recado com a empregada de que eu tinha ligado. Quando retornei a ligação (muitas), ela não estava, não podia atender, etc. Desisti de ligar. 


    Escrevi uma comovida carta de pesar pela morte dele e enviei ao site Montfort. Nunca foi publicada. Eu sei que Orlando Fedeli está no céu, esperando para darmos boas risadas. E ainda vou aprender muito com ele. Será sempre meu professor. 


    Que Deus o recompense pelo bem que fez a mim e a tantas almas.

http://blogdemirianmacedo.blogspot.com.br/2011/12/volta-para-casa_8006.html



quinta-feira, 27 de dezembro de 2012

Bento é bendito


      Pergunta a um destes ferozes e convictos ateus, agnósticos, anti-cristãos, esta gente que tem 'religiosidade independente de religiões', geralmente devotos do farsante e picareta Osho, se algum deles já leu um único livro de Joseph Ratzinger, cardeal e papa.

      A ralé, a exemplo de Jean Willys, se soubesse ler, poderia confirmar a grandeza intelectual, a profundidade teológica e a generosidade cristã de uma das cabeças pensantes mais exuberantes que apareceram no planeta nos últimos cem anos: Joseph Ratzinger. 

      A sua obra ultrapassa duzentos livros e ensaios. A aulas magnas de Ratisbona, em 2006, e a da Sorbonne, em 1999; a trilogia sobre Jesus de Nazaré, suas homilias e catequeses às quartas-feiras, na Praça São Pedro, são boas indicações. 

      Que Deus preserve, por muitos anos, para nossso bem e salvação, a saúde do Papa Bento XVI. Ele está velhinho, cansado, mas a luz de Cristo brilha em seus olhos.

http://veritatis.com.br/catecismo/9140-catequeses-de-bento-xvi-sobre-sao-paulo-apostolo

segunda-feira, 17 de dezembro de 2012

"Goodbye, Lancôme".


    E aí, lindinhas que prantearam Oscar Niemeyer, achando o must ele ser comunista? Torcendo para que o capitalismo seja extinto no Brasil também? Ah, bom. Já começou, a Bolívia é amostra. 

    Quando chegar aqui, adeus Lancôme, Louboutin, Sisley, Prada, brut etc. É só esperar. A América inteira vai virar a União das Repúblicas Socialistas da América Latina - URSAL. Está escrito e previsto, Atas do Foro de São paulo estão aí para provar.
   "Bolívia não terá Coca-Cola e McDonald's a partir de dezembro".

http://www1.folha.uol.com.br/mundo/1129749-bolivia-nao-tera-coca-cola-e-mcdonalds-a-partir-de-dezembro.shtml

quarta-feira, 12 de dezembro de 2012

A prova da fome

          O professor Olavo de Carvalho propôs um desafio: perguntar a um esquerdista qual promessa o marxismo em sua aplicação prática (socialismo/comunismo) já realizou. A resposta é 'nenhuma'.

    Agora, pergunte a um cristão quantos milagres Deus já realizou na sua vida.A resposta é "incontáveis". Nós o sabemos como sabemos quando sentimos fome. É experiência direta dos sentidos. 

    Se eu sentir fome, eu não posso prová-lo, mas eu e qualquer um sabemos que ela é verdadeira e existe, porque é experiência comum a todo ser humano. Não é necessário ' prova 'científica'. Ela é impossível. Como provar que eu estou com fome? Mas eu sei. O meu testemunho é prova da verdade.

segunda-feira, 10 de dezembro de 2012

Feio não é bonito

Centro comercial na Asa Norte em Brasília
Plano Piloto - Fotos de Clara Favilla


      










      

     Há uma maldição que parece pesar sobre as cidades brasileiras: elas são todas horrorosas.Olavo de Carvalho já tratou do assunto com originalidade e conhecimento. São Paulo, um século atrás, era um primor de arquitetura, elegante, refinada, criativa. Tudo foi posto abaixo. 

     Quem não sabe como é seu passado não pode saber o que quer para seu futuro. Qualquer cidade do interior do Brasil não guarda mais a memória de sua arquitetura. Encontrar alguma construção do ínicio do século é loteria. Não se preserva nada e o que substitui o antigo é de uma feiúra atroz. 

     Brasília, à exceção das obras arquitêtônicas de maior destaque, viveu o drama contrário: a maioria das casas e prédios nasceram feios e iguais, o tempo só os piorou, visto que não se pode tocar num tijolo. Nascer e viver cercado de coisas feias danificam a alma para sempre. Olavo de Carvalho escreveu:


     "Os gregos chamavam-no apeirokalia. Quer dizer simplesmente "falta de experiência das coisas mais belas". Sob esse termo, entendia-se que o indivíduo que fosse privado, durante as etapas decisivas de sua formação, de certas experiências interiores que despertassem nele a ânsia do belo, do bem e do verdadeiro, jamais poderia compreender as conversações dos sábios, por mais que se adestrasse nas ciências, nas letras e na retórica. Platão diria que esse homem é o prisioneiro da caverna."

* O titulo foi tomado emprestado de um álbum de Clara Favilla, que remete a um verso de Gianfrancesco Guarnieri, com música de Carlos Lyra)

Fazer o quê?









     Brasília, para mim, é como São Paulo. Quero e não quero. Saí de Brasília há mais de 30 anos, vivi lá até final de 80. Hoje, eu não a conheço mais, voltei lá poucas vezes. Na minhas lembranças de lá, quando a promiscuidade abunda, o chão fica seco e a poeira sobe , eu me lembro do sonho de Dom Bosco, do céu, dos arcos e dos pilotis, dos gramados verdes intermináveis.

     Em São Paulo, quando o trânsito pára e o céu some, eu me lembro do Vale do Anhangabaú, a Avenida Paulista , o MASP, Avenida Europa e Jardins em dia de feriado. Também morei em cidade-satélite, nunca achei que fosse diferente, a não ser por ser mais feia. 

     Mas é claro que uma cidade em que cada um não pode fazer sua casa como quer está fadada a virar o que Brasília virou. Também não tenho a solução. Ela está lá e ainda é bela. O desvio comunista de Oscar Niemeyer não consegui acabar com aquele céu. E suas obras parecem perfeitas para fazer contraste com aquele espetáculo celeste.

Dirceu: mais do mesmo

      
     José Dirceu hoje só sai às ruas protegido por capangas truculentos, tratados eufemisticamente pela imprensa como ''militantes petistas'. Se facilitar, e sair sozinho, lhe jogam tomates e ovos podres. É covarde, não se arriscará. 

     O fanfarrão ZéDirceu posa de herói que arriscou a vida pela democracia, mas voltou de Cuba para viver escondido, com nome falso e operação plástica, debaixo da saia de uma mulher, dona de boutique em Cruzeiro do Oeste, no Paraná, onde - ele mesmo confessa - passava o tempo sentado em mesa de bar, falando de futebol. 

    Quando a maré amansou, abriu o jogo para a mulher, contou que não era quem ele dizia ser, largou-a com um filho pequeno e veio para São Paulo fazer política e criar o PT. 

    Sobre sua prisão pelo regime militar em Ibiúna, na presidência da União Estadual dos Estudantes, José Dirceu não esconde: ele e os outros presos receberam até tratamento de dentes. Não lhes tocaram num fio de cabelo.

Quem perdeu ganhou



        
        Este lero-lero sem fim sobre violação de direitos humanos durante os 'anos de chumbo', que continua a encher o bolso de vigaristas e espertalhões (num escárnio com quem padeceu, de verdade, na tortura) acaba escamoteando um dos maiores erros cometidos pelo regime militar: a perseguição e destruição de lideranças civis, como JK e Carlos Lacerda. 

        E pior: os militares abateram, com mão pesada e excessos inaceitáveis e desnecessários, a esquerda 'carnívora (os que optaram pela luta armada em organizações terroristas de esquerda) enquanto a esquerda 'herbívora' light, mentirosamente 'democrática', ficou livre para tomar conta da imprensa, universidades e os meios de produção cultural.
        
        Eu sou prova: era comunista, e, como tantos outros jornalistas, era regiamente paga por Roberto Marinho, dono das Organizações Globo, que ingenuamente acolhia a comunalha toda do PCB e a instalava nos mais altos postos de direção das suas empresas . É famosa a sua resposta a um general: "Dos meus comunistas cuido eu".

        Sem lideranças civis à altura dos problemas a ser enfrentados, o Brasil, depois da redemocratização, se viu nas mãos dos 'derrotados' pelo regime militar de 64: Ou seja, quem perdeu, ganhou. Empoleirou-se a gang toda no poder, a esquerda  'herbívora' e a 'carnívora'. A laia de Luizinácio, José Dirceu, Marco Aurélio Garcia, Dilma Rousseff, Paulo Vanucchi, José Genoino e que tais, hoje é que manda no País.  Gramsci agradece. 
        

       PS: Pela verdade dos fatos: eu fui ligada ao PC do B (integrei uma celula, em Brasília, da Ação Popular Marxista-Leninista, a mesma que fez a Guerrilha do Araguaia).Esta dissidência era muito mais radical e revolucionária que o 'pecebão', considerado por nós um partido de revisionistas bundões que acreditava na aliança com a burguesia e nas vias burguesas (eleições, por exemplo) para a chegada ao poder. Nós, do PC do B- APML (linha maoísta) não aceitávamos menos que a destruição (física)da burguesia e a instalação da ditadura do proletariado, uma coisa assim como a Albânia.


     À época, a maior ofensa para um militante revolucionário da APML era ser confundido com um 'porco revisionista' do 'pecebão'. Claro que ser PCB ou PCdoB não tinha a menor importância: só mudava (para pior) o grau de estupidez e cretinice. Só ignorantes e/ou gente de má-fé  defenderia os delírios de prepotência e tacanhice dA Classe Operária", um jornalzinho mambembe, mimeografado, órgão oficial do PC do B (deste pecado não preciso de perdão: eu nunca escrevi uma linha, era coisa da 'vanguarda' do partido.)

domingo, 9 de dezembro de 2012

Brasília: ao pó voltarás.


    
Críticos não vão entender jamais o que é Brasília para quem vive(u) nela. Falam que era uma cidade sem gente. E nós, o que éramos? Que parece uma prisão, cheia de gaiolas, sem esquinas. Prisão a céu aberto, e que céu! 

    Hoje, eu concordo que Brasília não funcionou, não poderia funcionar. Oscar Niemeyer criou uma cidade ideal, ela só não poderia existir fora da maquete, habitada por pessoas reais, num país real, onde o tempo passa e o que é moderno fica velho. 

   Paris tem 1500 anos, e continua lá. Michelangelo, em sua época, não era moderno. Era eterno. Basta ver o documentário "Why beauty matters" para entender e concordar: Brasília, só pulverizando.

sexta-feira, 7 de dezembro de 2012

Marxistas, os idiotas úteis



http://www.youtube.com/watch?v=95H1wqh96Ts

A caminho da ditadura


      Os trouxas que aplaudem a idéia não perdem por esperar. A ditadura a ser implantada não vai poupá-los; ao contrário, serão triturados. Mas a ignorância é o que os impede de enxergar longe.
O desertor da KGB, Yuri Bezmenov, explicou tudo em detalhes. Mas a lavagem cerebral funciona, ninguém consegue acreditar no que ele diz.

Resolução do Diretório Nacional do PT defende regulamentação da mídia

Partido afirma ser necessário ampliar os 'espaços de debate, de informação e de circulação de ideias'

07 de dezembro de 2012 | 18h 54
Ricardo Brito, de O Estado de S. Paulo
Uma resolução divulgada na tarde desta sexta-feira,7, pelo Diretório Nacional do Partido dos Trabalhadores (PT) defende a regulamentação dos meios de comunicação no País. Segundo o documento de cinco páginas, destinado a comentar o resultado das eleições do partido, é preciso ampliar os "espaços de debate, de informação e de circulação de ideias", o que é "fundamental para o combate aos preconceitos e às manipulações ideológicas, culturais e religiosas".
"Eles continuam a marcar presença na cena política brasileira e são instrumentalizados pela direita e pela mídia conservadora, que vão se tornando, cada vez mais, uma simbiose obscurantista", afirma. A cúpula do PT saúda na resolução a vitória do partido nas eleições municipais, mesmo diante do que consideraram como uma "feroz campanha" movida pela oposição de direita e por seus aliados na mídia que tinha como objetivo "criminalizar" a legenda.
A legenda diz ter alcançado, ao final do primeiro turno das eleições municipais, como o partido mais votado do País, 17,2 milhões de votos. Destacou também ter tido o "maior número de votos de legenda e que obteve as maiores votações relativas para jovens e mulheres".
No segundo turno, de acordo com o documento, a vitória eleitoral do ex-ministro Fernando Haddad para a capital paulista - o "principal reduto tucano e dos grandes grupos que se opõem ao nosso projeto nacional - ressaltou ainda mais o desempenho do primeiro turno". "A voz do povo nas urnas suplantou, mais uma vez, os que vaticinavam o desaparecimento do Partido dos Trabalhadores!", destaca.
Apesar dos protestos públicos de dirigentes do PT, o documento não menciona o julgamento do mensalão. Em meados de novembro, a Executiva do partido criticou o que considera a "partidarização" do Supremo Tribunal Federal (STF), que ficou "evidente" na análise do processo, que condenou à prisão três ex-dirigentes da cúpula partidária: o ex-ministro José Dirceu, o ex-presidente do partido José Genoino e o ex-tesoureiro do PT Delúbio Soares.
O partido reconhece que avançou menos do que podia nas eleições, enquanto a "direita recuou" "menos do que mereceria". Segundo a resolução, a campanha contra o PT "prossegue, fora do parlamento e do processo eleitoral, que estimula o preconceito contra a política e cujo conteúdo, guardadas as diferenças históricas, se assemelha ao conhecido golpismo udenista".

http://www.estadao.com.br/noticias/nacional,resolucao-do-diretorio-nacional-do-pt-defende-regulamentacao-da-midia,970686,0.htm